Italia21

mercoledì 28 agosto 2019

Riflessioni di fine estate


 

 

Penso che l’estate rappresenti a qualsiasi età l’esplosione dei sensi. Non a caso gli oleandri raggiungono il massimo del loro splendore vegetativo e cromatico nel mese di giugno, quando la promessa dell’estate si rinnova come ogni anno.

Ogni stagione porta con sé un humus che si traduce in un sentire particolare che appartiene solo a quella specifica fase dell’anno.

Il corpo d’estate abbandona la schiavitù degli abiti, degli strati di tessuto coprente che avvolge e nasconde.

L’estate, per la leggerezza che l’accompagna, dovrebbe essere stagione di viaggi e di recupero del contatto con la natura.

E’ vero che il caldo, ormai reso eccessivo dalle turbe climatiche, spesso appanna la volontà del movimento ed induce alla pausa in zone refrigerate, ma sono proprio questi spazi di tempo liberi dai pensieri di una quotidianità opprimente, che consentono di indugiare fra le problematiche non risolte, prendendo consapevolezza dei rimedi e delle soluzioni alternative.

Gli odori, le percezioni tattili a fior di pelle ,  le goccioline del sudore che immancabilmente il corpo profonde a temperature con gradi elevati di umidità, dovrebbero essere stimolo unico ed  insostituibile per riflessioni immediate e veloci , possiamo dire umorali, sulla vita, sul sé e sul significato del cammino intrapreso.

Il Salento, con la pizzica , usa  il colore rosso della passione che  invade il corpo e la mente finché la psiche trovi il giusto spazio di espressione.

Ecco che la pizzica è un ballo d’estate: nei vicoli , nelle piazze di antichi centri storici e nelle masserie, nelle antiche torri saracene…. I capelli delle donne sono sciolti ed arruffati, gli effluvi dei corpi sono in sintonia con il movimento che esalta le passioni e libera dalle nevrosi.

Il sole, altro elemento cardine di ogni estate, se amato e gestito nella giusta misura, accarezza la pelle e le sinuosità del corpo, ricordando che altro non siamo se non seme, e non solo all’inizio, ma ogni giorno, seme di ogni possibile nuova consapevolezza e cambiamento a qualsiasi età. Il sole genera, incuba, risveglia e nutre anche in prossimità di psiche dormienti o alterate che non riescono a fruire dei ritmi cicardiani dell’esistenza. Non a caso la sua assenza o carenza produce il calo della serotonina, amica della vita sinaptica e dell’umor cerebrale.

Che dire dei frutti golosi dai colori accesi, succosi e ricchi di acqua colorata di cui il corpo necessita, risposta naturale al bisogno ed al piacere alimentare?

 Per me, salentina per radici ed innesti di vita se non per legami di origine familiare, l’essenza dell’estate è rappresentata dal mare.

Descrivere cos’è il mare per me, è opera ardua, più che difficile, rappresenta infatti l’essenza della mia nascita, del vivere e del divenire.

Per tutti noi, qui, abitanti e visitatori, è l’essenza dell’estate: l’odore del mare, il suo movimento ora estremo ora appena percettibile nello sciaquio debordante del bagnasciuga, la ricchezza che è chiusa in lui, il senso che comunica con il linguaggio degli animali che vi trovano dimora  quando abbiamo il coraggio di non distruggerli e di osservarli nella loro interezza e bellezza.

Il movimento del mare può aiutare a ritrovare la giusta andatura psichica, laddove la psiche appare lenta o dormiente in risposta ad eventi e percorsi di vita che ne hanno segnato il cammino, il movimento forte delle onde la trascina in una danza ricca di spuma e di vitalità; se la psiche è fin troppo attiva, si calma e si acquieta assorbendo e  distribuendo le energie in eccesso come le miti onde che lambiscono il bagnasciuga…

(Pablo Neruda, “Ode alla Speranza”
…..mi colmi / e mi trabocchi,/tutto il mare,/tutto il cielo,/movimento/e spazio,i battaglioni bianchi/della schiuma….e il mare, il mare,/aroma sospeso,/coro di sale sonoro….)

Dare un senso alle stagioni ed al rapporto con il corpo, la mente e la psiche, significa ritrovare il nostro ruolo all’interno della natura  come elementi naturali inseriti in un  sistema che ci riunisce tutti , dal filo d’erba alla tigre del Bengala...(  Canto d’amore di H.Hesse

Io sono il cervo, il capriolo tu, tu sei l’uccello e l’albero son io,
il sole tu ed io la neve, tu il giorno sei, il sogno io.)

 

Ritrovare questo nostro ruolo all’interno della natura significa anche trovare spazi per la sua protezione, oggi resa sempre più difficile per i danni ed i dolori che le sono stati inflitti.

 

Brindisi 27/08/2019                                
                                                Iacopina Maiolo

 

 

 

   

 

 

giovedì 13 giugno 2019

IDENTITA' NEGATE




Quali  e quanti  sono i desideri o i sogni non realizzati? Entrano a far parte dell’identità di ciascuno di noi gli aspetti che riguardano le realizzazioni intese come espressione di quell’area che ci rende unici e speciali, poiché è  tipicamente personale e nasce dal nostro bisogno di individuazione.

L’individuazione   fu definita da Jung (18751961, psichiatra e co fondatore della psicoanalisi unitamente a Freud ) come  processo di differenziazione (  cioè che ci differenzia dagli altri individui ) che ha come conseguimento  lo sviluppo della personalità individuale. Rappresenta dunque  lo sviluppo di quelle caratteristiche specifiche dell’individuo, sulla base della sua predisposizione naturale ( attitudini e preferenzialità). Sempre per Jung l’’individuazione rappresenta un processo di elevazione spirituale , porta infatti ad un “ampliamento della sfera della coscienza”, ma l’aspetto fondamentale, detto con terminologia corrente è rappresentato dal fatto che l’individuazione ha come meta l’attribuzione di uno specifico significato alla propria vita
( il senso ed il motivo del nostro essere al mondo ).

La ricerca  e l’espressione di quella parte di sé che caratterizza l’unicità della nostra esistenza, può essere rappresentata come un viaggio che ha inizio con la nascita e prosegue attraversando i sentieri  proposti dalla vita ( intesa qui come casualità ), dall’ambiente e da quanto ci circonda ( che può  funzionare da stimolo o da deterrente), dalle azioni e dalle scelte che operiamo in prima persona e di cui siamo pienamente responsabili.

Appare dunque evidente che, mentre per alcuni individui il cammino di individuazione avviene in maniera se non del tutto aproblematica
 poiché il percorso dell’esistenza è in ogni caso oneroso per tutti ) ma  con modalità improntate a una relativa fluidità e possibilità di conseguimento degli obiettivi di espressione del sé, una gran parte di persone nel percorso di vita purtroppo non sarà messa nelle condizioni di lasciare quell’impronta di unicità  che  spettava per caratteristiche, predisposizioni, fattori intrinseci alla personalità.
 
Secondo la religione cristiana e cattolica,  tutti siamo uguali nel mondo, dal bambino che cresce nelle favelas ai figli dei reali del Regno Unito, lo siamo perché  creati dallo stesso Dio che ha per tutti il medesimo criterio di libertà e salvezza.
Tuttavia la realtà appare significativamente diversa: le identità negate, rappresentate dalla negazione di un’ importante parte di sé per motivi non intrinseci all’individuo ma determinati dal contesto di riferimento, da fattori esterni disturbanti , rappresentano una moltitudine, una umanità che fra lacrime e sangue purtroppo mai troverà una via di partecipazione, liberazione, espressione  e riconoscimento.
Pensiamo a quanto accade in Italia, fra lauree squalificate, carriere predeterminate, giovani   talentuosi e meritevoli costretti a vivere all’ombra di  coetanei stelle di luce riflessa per eredità familiare e di casta; pensiamo ai bimbi che non vedranno mai la nascita di quel sé che conduce alla espressione e realizzazione ( dall’artigiano all’ingegnere nucleare..)  per mancanza di opportunità ambientali dei contesti sociali e politici di riferimento.
Anni fa, nell’illusione di una civiltà in progress, si lavorava in ambito sociale ed educativo con generosità di intenti, amore ed entusiasmo, certi che ogni seme, se pur piccolo, avrebbe generato un’ espressione  di vita , oggi compare il rischio di trasmettere il vuoto assoluto che è fatto di niente, assenza di anime  che ogni giorno vivono consumandosi in un’inerzia fatale .
Dobbiamo dunque abbandonarci a questa sorta di autodistruzione? Non di certo, poiché non compare come libera scelta ma come imposizione di una società che pone ancora una volta, in una sorta di involuzione , i profitti  per pochi, la realizzazione per gli eletti, l’espressione della gioia di vivere collegata all’integrazione di sé che passa attraverso l’individuazione ed il riconoscimento, un paradiso da condividere fra privilegiati.
Dunque, malgrado le identità negate, i torti subiti e gli ostacoli al cammino, da funamboli esperti oggi  molti devono proseguire in equilibrio fra il bisogno delle proprie realizzazioni  ed i nuovi e necessari adattamenti, da cui nasceranno nuove identità e nuove individuazioni.
Per quanto attiene al nostro ruolo di trasferimento dei valori dell’anima e dei saperi umani, non abbandoniamo il compito se pur arduo, e non dimentichiamo che il fuoco sotto la brace è pur sempre vivo anche se qualcuno ha provato a domarlo.

                                        Iacopina Maiolo

 

 

 

 

domenica 20 gennaio 2019

Con tutto l’amore possibile: quali sentieri, oggi, per dare e ricevere amore.



 
 
E ’il caso di chiedersi se l’amore sia una capacità intrinseca all’individuo, incastrato nel DNA come i tratti somatici o le urgenze del temperamento che spesso dirige con impeto le azioni e i comportamenti umani oltre la volontà del singolo.
Oggi ancor più appare necessaria la comprensione e la risposta al quesito, poiché il termometro emozionale della società attuale indica uno stato di apatica partecipazione se non assenza dei sentimenti.
Non solo l’empatia, cioè la capacità di comprendere quanto l’altra persona provi a livello emozionale è diventata tanto rara da essere classificata come debolezza o ingenuità dettata da altruistiche tendenze ormai fuori moda, ma l’amore in sé e le sue manifestazioni sono state relegate a iconiche rappresentazioni di faccine sbaciucchianti o a fiumi di cuoricini, tutti identici nella forma e nel significato.
E’ anche di  tendenza riconsiderare la parola amore come inutile orpello del vocabolario italiano, privilegiando l’uso di termini  quali: io, denaro, sicurezza, forza, vittoria, potere, grandezza…
Non è che il termine amore in assoluto non venga più  usato, ma la sua essenza è venuta meno e l’uso che se ne fa è mirato al consumo in occasione di festività e ricorrenze alla cui base c’è una relazione affettiva ( dalla festa della mamma e del  papà, alla festa degli innamorati ovvero San Valentino..)il tutto con  criteri mirati al consumo ed al profitto.
Inoltre vige una regola sui social, dell’emozionare ed emozionarsi con frasi ad effetto, video ed affini, il cui contenuto è spesso l’amore ed i suoi derivati. Per carità, tutti noi, pena l’esclusione dalla vita civile, ne facciamo uso, ma la consapevolezza dei limiti di queste modalità di comunicazione è essenziale per mantenere un sano e corretto esame di realtà : l’amore qui descritto non è il sentimento che scuote  e muove le nostre anime nella vita reale, rappresenta solo una sterile espressione multimediale dell’idea che abbiamo dell’amore.
Ma torniamo al quesito iniziale: il senso dell’amore è innato nell’essere umano?
Se già per Aristotele ( IV sec. A.C.) l’essere umano è un animale sociale poichè calato in contesti di relazione e pertanto tendente all’aggregazione con altri individui per costruire la società, la domanda, per quanto possa trovare una risposta alla luce di recenti studi e ricerche in ambito  psicobiologico, appare superflua, visto che nessuno di noi nasce e vive in foreste della Papuasia allevato da un branco di scimmie ( sebbene tali episodi siano accaduti ),  pertanto l’amore ed i suoi affini e derivati, in quanto strettamente correlato alle relazioni umane, può far parte di noi fin dalla nascita.
L’ipotesi è legittima, in quanto bisogna chiamare in causa altri fattori, quali la qualità dell’accudimento che ci viene riservato quando siamo neonati, le modalità educative a cui siamo sottoposti negli anni che caratterizzano la nostra crescita.
Quindi, se il processo di attaccamento ( per approfondimenti  è di John Bowlby 1907-1990 la teoria dell' attaccamento, per la quale il  processo di cura che l’individuo riceve dalla nascita e nei primi anni di vita,  ha  un ruolo centrale nell'individuo e nello sviluppo della sua personalità)si snoda lungo percorsi per così dire ortodossi, l’individuo possiede la capacità di dare e ricevere amore.
Se, comprendendo anche le esperienze traumatiche e le gravi carenze educative a cui malauguratamente possiamo essere stati esposti,  camminiamo, viviamo la quotidianità in regime di sufficiente integrazione fra noi ed il resto del mondo, conosciamo il significato della parola amore.
Dunque la maggior parte di noi, grazie a Dio, è in grado di operare scelte e liberi arbitri, fra cui l’adesione a percorsi di vita in cui l’amore abbia un ruolo fondamentale o venga, negletto, relegato in un angolo della propria anima ed espresso solo sotto il pieno controllo della ragione , senza abbandonarsi mai  a  momenti di coinvolgimento e piena adesione al sentimento d’amore.
Un esempio tratto dal vivere quotidiano
-      Un politico dotato di senso amoroso,  può affermare: non abbiamo la forza per sostenere il fenomeno dell’immigrazione, pertanto chiediamo l’intervento di tutti i paesi d’Europa, insieme dobbiamo collaborare e dare aiuto a quanti chiedano accoglienza, ma non intendo usare gli stessi migranti come merce di scambio ledendo il loro diritto all’aiuto umanitario.
Quali sono dunque i sentieri, oggi, per dare e ricevere amore?
Esiste un’unica opzione quando si tratta di faccende umane, ritenere che in ogni intenzione, gesto o azione,  l’amore possa avere il suo ruolo e quando non compare  è d’obbligo ricercarlo.   
 Brindisi, 20/01/2019                                      Iacopina Maiolo
 


venerdì 9 novembre 2018

Disastri annunciati. Quale prevenzione possibile.


 

 

Giorni di inferno, giorni di tempesta e distruzione, giorni di preghiere e maledizioni, l’Italia è sprofondata nella melma e nel fango del disastro idrogeologico. Un pensiero di commemorazione per i numerosi lutti, vite stroncate nell’immediatezza delle sciagure.

Il cuore va anche ai tronchi spezzati (migliaia gli alberi travolti dall’impeto delle acque) ed agli animali di specie varie che abitavano i boschi e le radure. 

Lasciando agli esperti del settore (geologi, meteorologi, ingegneri ambientali) la spiegazione di quanto accaduto in termini scientifici, a noi l’antico quesito: poteva essere evitato? Era prevedibile che accadesse?

Forse, con il senno di poi, sarebbe utile chiedersi:” è stato fatto il possibile per allertare le popolazioni?”

Siamo diventati il paese degli allerta meteo a variazione cromatica, dal verde al rosso, ma non ne conosciamo il significato effettivo né in cosa consista l’essere allertati, cioè quali siano i rischi legati all’evento metereologico ed i comportamenti che di conseguenza dovremmo tenere. Esiste un documento specifico della protezione civile che ha introdotto la variazione cromatica per classificare la gravità degli eventi ed indicarne rischi e moniti alla popolazione, ma, di fatto, se non si accede al sito della protezione civile ed al seguente link                                     www.protezionecivile.gov.it/jcms/it/infografica_meteoidro.wp, si è completamente disinformati.

Il quesito dunque è il presente: chi, come e quando dovrebbe informarci su tali problematiche di importanza primaria per la tutela della popolazione?

Verrebbe da chiedersi che fine sono destinato a fare se non ho un pc o uno smartphone, o se non possiedo un quoziente intellettivo di almeno 100, se magari non ho conseguito l’obbligo scolastico, se non conosco l’italiano e sono anche di un colore diverso ed abbandonato a vivere in una favela italiana senza corrente elettrica, pertanto inaccessibile ai media?

Considerazioni, niente di più, ma amare, anzi dolorose al pensiero che forse si potevano evitare dei tragici epiloghi.

Si, perché ancor prima di provvedere al risanamento di strade, ponti, all’abbattimento di case abusive, recupero delle zone a rischio frane, smottamenti e quant’altro con le opportune e tempestive operazioni, la popolazione deve essere allertata in tempo e nella maniera più corretta su quanto accadrà o potrebbe accadere.

Ne consegue che nelle scuole, nei luoghi di aggregazione di quartiere e cittadini, con delle modalità da studiare per rendere attuativi il prima possibile gli interventi, è d’obbligo informare e formare la popolazione sulle emergenze ancor prima che accadano.

Apriamo a questo punto una parentesi su altri rischi per i quali la popolazione non viene istruita malgrado, questa volta, esistano degli specifici obblighi di legge, il  rischio industriale, non so quanto accada nelle altre città, ma so per certo che qui, a Brindisi, la mia città, negli anni passati è sorta una querelle circa opuscoli pagati , stampati e mai diffusi alla popolazione, che dovevano informare sui rischi legati ad incidenti industriali, sui comportamenti da tenere ed addirittura sulla segnalazione ( sirene, punti di ritrovo della popolazione etc..).

Mi fermo qui, ma apriamo un’altra parentesi senza la pretesa di trovare spiegazioni scientifiche ai gravi fenomeni metereologici da parte di chi, come me, non ha formazione specifica e adeguata.

Negli Stati Uniti,  Algore, vice di Clinton e nel 2000 candidato alla Casa Bianca per il Partito Democratico in contrapposizione a G.  Bush, ha parlato di riscaldamento globale  della TERRA  a causa dell’inquinamento ambientale e di gravi effetti climatici ( come quelli che stiamo vivendo), già nel 2006 nel  documentario Una scomoda verità (An Inconvenient Truth) .

Nel 2007 Al Gore ha ricevuto  il Premio Nobel per la pace insieme all'Intergovernmental Panel on Climate Change «...per i loro sforzi per costruire e diffondere una conoscenza maggiore sui cambiamenti climatici provocati dall'uomo e per porre le basi per le misure necessarie a contrastare tali cambiamenti».

E come sempre : con il senno di poi….

 
Brindisi,09/11/2018                                      Iacopina Maiolo




                                                

martedì 2 ottobre 2018

“ CARO DIARIO “ : IL POTERE DELLE PAROLE


 

 
Viviamo, oggi, in contesti ove sembrano essersi smarriti valori, senso etico dell’esistenza, significati e significanti che dovrebbero guidare le nostre vite attribuendo ai nostri comportamenti obiettivi, motivazioni, e quant’altro ci consenta di interrompere il nostro cammino per chiederci : - dove sto andando? Per quale motivo? E’ giusto e opportuno proseguire il percorso intrapreso? Qual è il significato che lega le azioni del canovaccio della mia esistenza alle vite altrui? -

 
Il pensiero segue ben altre vie, quelle delle apparenze, abbiamo perso la capacità di produrre, attraverso le profondità della mente, e di esprimere, attraverso le opere e le parole, ciò che caratterizza la nostra essenza umana e che ci distingue, senza porre gerarchia alcuna nel mondo animale, come specie SAPIENS.

 
Tutto ciò non può accadere senza dolore, pertanto conduciamo le nostre esistenze come anestetizzati da falsità che assurgono al ruolo di verità, mentre osserviamo la realtà con gli specchi deformanti affinché possa non emergere quel barlume di coscienza che ci liberi dallo stato di evanescenza dell’essere e dell’esistere.

 
Un tempo non lontano, si consigliava (fin da piccoli) di tenere un diario sul quale annotare giornalmente gli eventi trascorsi, e quanto, fra emozioni, stati d’animo, pensieri, riflessioni, legati ad essi…

Ecco l’importanza delle parole, che, attraverso la scrittura offrivano ampi spazi di comprensione, di lettura ma anche rilettura degli eventi, con la possibilità di mettere in discussione le proprie e le altrui azioni senza pregiudizi mescolati a falsità ideologiche.

 
Proviamo a leggere  un’ipotetica pagina di diario scritta  a fine giornata da qualcuno che vive  in questo tempo privo di embrioni di coscienza e consapevolezza:

Caro diario

oggi sull’autobus abbiamo urlato contro questi neri che hanno invaso il nostro paese, è troppo, li vedi lì tranquilli al cellulare, vestititi  bene… non di stracci, anche i bambini, sono paffuti , vuol  dire che mangiano, li trattano bene …TORNATEVENE A CASA, qui  avete finito di vivere a sbafo sulle spalle di noi italiani…Qualcuno, alla fermata del bus ha preso una pietra e l’ha lanciata verso quella donna, quella con il bambino bello e paffuto che il mio è anche malato ( ha una malattia autoimmune come si chiamano ora, e mi fa disperare per la sua salute.)

BASTARDI.. A CASA!!!

Un sasso , il sangue sulla testa del bambino.. sangue,il  sangue colava giù, la madre è caduta e molti hanno riso..Dio che ho fatto!
Domani ti cerco, devo chiederti scusa, signora dal colore scuro e dai denti bianchi , potremmo portare i nostri piccoli a giocare, lontano dagli occhi di quei poveri folli che istigano alla  violenza senza fermarsi a pensare  e a chiedersi il perché delle proprie azioni…
 Brindisi,02/10/2018                                         Iacopina Maiolo
  

venerdì 30 marzo 2018

La Via Crucis di un disoccupato


 


Siamo in tema, ricorre infatti la settimana Santa che rievoca il sacrificio di Gesù sulla Croce. Sono 14 le stazioni tradizionali della Via Crucis
(eccone alcune):
Gesù è condannato a morte /Gesù è caricato della croce/Gesù cade per la prima volta /… /Gesù cade per la seconda volta /…/Gesù è inchiodato sulla croce.. /Gesù muore in croce /… /Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro.

Lungi dal voler essere blasfemi, si ritiene che le vite degli uomini e delle donne ove si annidano speranze e desideri, ma anche dolori e sacrifici estremi, trovino nella rappresentazione del Cristo che va verso il calvario , una metafora che contribuisce a rendere la religione un percorso umanizzato ed estendibile a quanti, ingiustamente condannati nella vita, si trovino a percorrere un sentiero irto di difficoltà, con una croce sulle spalle, fino a volte all’annientamento estremo della persona e della sua dignità.

Se pensiamo al calvario di un disoccupato (licenziato, inoccupato od occupato con le mille sfumature del caso..), il primo pensiero si rivolge alla condizione economica, situazione di fatto fondamentale ma non  esclusiva, cosa dire infatti della lesa dignità umana, sancita dal diritto costituzionale al lavoro – art 4…ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.-

La condizione di perdita o di non conseguimento dello status sociale di lavoratore, determina una situazione di grave depauperamento della persona, che si trova ad affrontare un vero e proprio calvario.

Laddove poi vengano meno le risorse individuali e sociali, in contesti che non riescono a costruire alternative se pur temporanee o interventi di sostegno finalizzati al recupero serio e concreto dell’attività lavorativa, la persona può entrare in un percorso che ne distrugge l’essenza, che è motivazione alla vita, conoscenza, costruzione di un sé positivo per se stessi e per gli altri (famiglia e contesto sociale).

Il senso dell’essere al mondo e quanto di positivo esiste in quest’affermazione, viene coartato e l’individuo, purtroppo a volte fino al compimento del suo ciclo vitale produttivo (gli anni destinati all’attività lavorativa) è destinato a non completare l’essenza della sua persona.

Le considerazioni e gli interventi con immediatezza ed efficacia nel qui ed ora, spettano alle politiche per il lavoro ed alle parti sociali, ed è auspicabile che, con una religiosità nel senso laico del termine, chi può fare acquisti la piena consapevolezza del proprio ruolo e del potere che riveste nella vita altrui.

Ricordiamo che la Settimana Santa termina con la Resurrezione pasquale, pertanto si porge un caro augurio a quanti si trovino nella condizione di difficoltà descritta, volto alla speranza, al  cambiamento ed al superamento del disagio.
Buona Pasqua!

 

Brindisi,30/03/2018                                           Iacopina Maiolo

venerdì 9 marzo 2018

Alberi patrimonio dell’umanità


 
 

 I cipressi che a Bólgheri alti e schietti
Van da San Guido in duplice filar,
Quasi in corsa giganti giovinetti
Mi balzarono incontro e mi guardâr.

Mi riconobbero, e - Ben torni omai -
Bisbigliaron vèr me co 'l capo chino -
Perché non scendi? perché non ristai?
Fresca è la sera e a te noto il cammino.

Oh sièditi a le nostre ombre odorate
Ove soffia dal mare il maestrale…

( G. Carducci “ Davanti a San Guido”,1874 )

 In questa famosa ode carducciana, l’autore rammenta i cipressi che accompagnavano lungo il percorso, il suo ritorno a casa, immaginando che potessero riconoscerlo come persona nota fin da bambino in quanto abitante del luogo. Segue l’invito a fermarsi per sedersi sotto la loro ombra al soffio del vento maestrale proveniente dal mare.

Il rapporto fra l’essere umano e gli alberi è sempre stato controverso e mosso da incongruenze ed ambiguità: dalla amorevole cura per consentirne l’impianto e la crescita, alla   ricerca della frescura delle fronde ed alla raccolta di frutta, alla devastazione di boschi e foreste a noi ben nota nei percorsi storici che hanno accompagnato fenomeni quali l’urbanizzazione, l’industrializzazione, e l’impiego oltremisura di materie prime per farne mobili o carta….

Nelle città e nei borghi tuttavia, nei parchi e giardini come lungo le strade ed i sentieri, da sempre gli alberi sono stati allevati anch’essi come cittadini, ed hanno acquisito il rispetto e l’amore da parte della cittadinanza.

Ad oggi, per quanto invasive possano divenire le loro radici sollevando marciapiedi, asfalti e pavimentazioni stradali, sono state approntate tecniche altamente innovative volte a conservare il patrimonio arboreo ed a ripristinare la giusta viabilità.

E’ un problema di conoscenza, di impegno, ricerca, visto che in molte aree di Italia distanti da noi e più su di un paio di regioni, gli alberi, ritenuti patrimonio dell’umanità, non si distruggono portandoli alla morte, ma al limite dell’impossibilità di un intervento conservativo, si espiantano?

In questi giorni ho preso consapevolezza della distruzione di quel filare di pini che maestosamente svettavano in quel viale dove le auto frettolose vanno verso il semaforo per oltrepassare l’incrocio ed i bimbi con zaini in spalla vengono protetti dal traffico da mani attente e premurose all’ingresso ed all’uscita da scuola.

Per dirla tutta siamo nella città di Brindisi e ci riferiamo ad un viale denominato  San Giovanni Bosco , dove pare si sia tentato l’espianto di alcune radici per evitare l’annientamento degli alberi, intervento purtroppo non riuscito, dicono responsabili ed  addetti ai lavori, tanto da procedere alla loro distruzione. Diventeranno legnane per camini e caldaie, ed al loro posto, prontamente verranno messe a dimora altre piante , come quando si rompe un oggetto o per vecchiaia  lo si getta e lo si sostituisce con il nuovo….

Si fa fatica in questi giorni a percorrere il viale senza percepire il dolore di quelle creature che, se pur definite vegetali, sono esseri viventi a tutti gli effetti: è un crimine commesso contro la natura o è una fine inevitabile malgrado la buona volontà degli addetti ai lavori?

Urge una risposta anche per prevenire altri scempi , ma  oggi ciò che sgorga dal cuore è un senso di lutto e commemorazione, unito al dolore per la perdita di questi nostri compagni di vita ormai  da numerosi decenni.

Brindisi, 09/03/2018                            
                                                   Iacopina Maiolo