Italia21

giovedì 21 aprile 2016

Città da amare : le città degli affetti





            Si chiamano corsi e ricorsi della storia, quanto segue è stato da me postato in occasioni delle trascorse elezioni ( in data 20/04/2012), lo ripropongo oggi, sorpresa ( ma era prevedibile) dalle mancate risposte fornite dalle varie amministrazioni comunali e dall' assenza di empatia mostrata nei confronti degli abitanti e delle loro problematiche!  

Ad un passo dalle elezioni amministrative, in un momento in cui la battaglia fra gli schieramenti diventa infuocata, voglio offrire un piccolo contributo: alcune riflessioni che possono essere utili a noi elettori per giungere ad un voto consapevole e guidato da buone intenzioni. Partiamo dall’etimologia della parola città.
Il termine città deriva dall'analogo latino civitas, ed ha la stessa etimologia di civiltà. Possiamo dunque affermare che città e civiltà si equivalgono almeno da un punto di vista etimologico.Ma cosa rappresenta una città?
Ogni città ha un feeling unico, dato dai ritmi cittadini, un orologio interno, una dimensione spazio-temporale specifica.
Le città, infatti, non sono tutte uguali. Diversi sono anche gli ambienti naturali in cui si collocano: una città sul mare - come Brindisi - con uno splendido porto e splendide oasi marine circostanti, ha caratteristiche proprie, specifiche del contesto in cui si colloca. Logico pensare che ogni intervento ad essa rivolto, deve essere modulato in base a tali caratteristiche con attenzione e specificità.
Diversi sono anche i bisogni delle cittadinanze, definiti ed espressi localmente, dai contesti sociali, culturali, economici di riferimento.Uguali tuttavia sono le premesse, le basi che guidano e motivano l’origine, la nascita, la costituzione delle città: le città rappresentano i luoghi dello stare e del fare insieme.Le città sono nate per fornire sostegno e risposta ai bisogni affettivi, sociali ed economici degli individui. Alla base ci sono le relazioni fra coloro che le abitano.Oggi questi luoghi colmi di valori affettivi, acquistano sempre più le caratteristiche di “non luoghi”, definiti dall’antropologo Marc Augé come quei luoghi creati dalla globalizzazione: i luoghi della perdita dell’identità, quegli spazi definiti iper, dilatati per accogliere migliaia di persone ma non per riconoscerle, ove il significato dello stare insieme e dello scambio affettivo è stato sostituito dal compiere azioni e tenere comportamenti volti al consumo o alla fruizione di servizi di massa, fra cui il divertimento.Ci deve essere una possibile mediazione, un necessario punto di incontro fra le esigenze della modernità e della globalizzazione, e quelle del singolo, dell’individuo inserito in una comunità nella quale si identifica e dalla quale ottiene sostegno e riconoscimento: la città degli affetti. Ancora, oggi è necessario ripensare le frontiere superando muri e barriere che fungono da divieto e comportano esclusione, non dimentichiamo a tal proposito che la frontiera è il luogo dell’incontro fra due esseri umani che non si conoscono.
In questo breve riferimento ai popoli migranti, vorrei dire che tale incontro alla frontiera non è mai noto, è sempre ignoto e non è scevro da rischi, pertanto deve essere affrontato e costruito. Tornando alle città - le città degli affetti - usiamo la prospettiva di ambito di una scienza umana, la psicologia, scienza per l’uomo ed al servizio dell’uomo, nello specifico della Psicologia di Comunità.
Per la Psicologia di Comunità, la città è la comunità locale intesa come quel contesto concreto, visibile, ove le relazioni interpersonali ed il legami sociali assumono specifiche forme di convivenza e partecipazione caratterizzate da solidarietà, fiducia, tolleranza.
Nasce e si sviluppa il senso di attaccamento e di appartenenza; l’identità del singolo passa attraverso l’identità nella e della comunità in cui vive.
Ma è necessario che la propria città sia un luogo dove si vive bene; tale infatti è la città che previene i disagi dei singoli e della collettività, attraverso un welfare inteso come risposta ai bisogni che niente imponga o conceda ma sia in grado di attivare risorse e produrre cambiamenti volti alla crescita della comunità.
Una città dove si vive male è invece una città che antepone "altro" agli interessi della collettività, che non riesce a sviluppare, in chi la abita, il senso di appartenenza, diciamo di amore. Inoltre è una città che si ammala, non solo in senso affettivo, ma anche fisico. E’ necessario dunque costruire un’ identità personale che in senso biunivoco si riconosca nell’identità della comunità.
A tal fine devono essere costruiti o riconsiderati gli spazi, i luoghi, le strutture fisiche della città, ma anche i modi di vivere.Questi si esprimono nelle cerimonie, nelle feste tradizionali, nei rituali e nelle produzioni artistico-culturali locali, si riferiscono a luoghi (pensiamo alla tradizionale processione brindisina del cavallo parato privata del suo luogo di svolgimento: i corsi cittadini / o alla canzone mannaggia allu rimu che ha perso la sua Santa Apollinare di “vieni bedda mia ca’ sciamu a Santa Apullinare”….)
I luoghi che più esprimono tale identità sono il centro della città (che è il suo cuore antico, storia ed anima dei cittadini) ed il contesto naturale che le fa da cornice (monti, fiumi, mari, coste, boschi e radure…).Una politica delle cose comuni che non consideri in primo piano tali aspetti, è una politica che non fa gli interessi della città e dunque della collettività.
Questo è un aspetto diciamo così “scontato”, ma urge una riflessione su quanto realmente viene realizzato in funzione di questo amore della città e per la città.Per concludere, riprendendo le concezioni storico filosofiche sulla natura e la funzione delle comunità cittadine, dobbiamo interrogarci sul perché le nostre città, i luoghi in cui viviamo, già da tempo abbiano perso la caratteristica di città degli affetti.

Durkheim, padre della sociologia moderna, già all’inizio del XX° sec. indicava nell’assenza di relazioni sociali una delle principali cause di suicidio.
Da Platone, per il quale la città, costruire la vera città, significa seguire le ragioni del cuore e conoscere l’Uomo ed il suo posto nell’universo;
ad Aristotele, per cui la città rappresenta la realizzazione più profonda dell’essere umano in quanto l’uomo è un animale politico;
ad Agostino il quale ritiene che gli individui all’interno delle città perdano la loro individualità per orientarsi su esigenze comuni;
alla Città del Sole di Campanella ed all’Utopia di Tommaso Moro, passando per le Città Invisibili del contemporaneo Calvino, interroghiamoci sul presente e sul futuro della nostra città. 

Brindisi, 21/04/2016                                                                          Iacopina Maiolo                                

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