Italia21

sabato 10 marzo 2012

Essere donne nel 2012




Quando ero bambina immaginavo la vita delle donne negli anni 2000  come il conseguimento di una meta di civiltà ,rispetto  e tutela, anche grazie agli strumenti culturali ed all’evoluzione della tecnologia, che avrebbe dovuto semplificare  tutte quelle azioni tanto noiose quanto necessarie collegate alla cura degli ambienti domestici ed al caregiving (assistenza) dei propri familiari.

Mi vedevo intenta a guidare chissà quale strumento robotico  e al mio fianco immaginavo un compagno devoto, presente nella vita familiare  e capace quanto me di entrare in quei territori  della psiche  quali i sentimenti, le emozioni, gli affetti, un tempo abitati in maniera quasi esclusiva dalle donne.

Ecco, immaginavo che l’amore non avrebbe mai cessato di esistere
E che la  quotidianità sarebbe diventata gestibile con grande semplicità impegnando sempre meno la vita delle donne.
E che gli uomini avrebbero mostrato una evoluzione del carattere e dei comportamenti avvicinandosi al modo di sentire delle donne

Le prime due  aspettative sono andate deluse , parecchio, e la terza?

In questo periodo si susseguono i delitti ( femminicidi) contro le donne, ed oramai è subentrata una certa stanchezza  interpretativa  di tali fenomeni, dal momento che ogni volta si indicano i sentieri della giusta prevenzione  ipotizzando cause e motivazioni su cui intervenire onde evitare che tali eventi accadano, ma di fatto niente muta perché niente vien fatto.

Gli esperti a vario titolo mostrano  sdegno ed esprimono  considerazioni morali su tali e tante efferatezze:Inoltre sono soliti indicare :
  • Le cause  individuali e sociali del fenomeno
  • L’intervento a breve termine
  • La prevenzione possibile
Questa è la scaletta ad uso  da qualche anno dei vari opinionisti, ma anche dei vari opinion leader ed educatori siano insegnanti, sacerdoti , salumieri, politici od operatori sociali o sanitari…

E gli atti contro le donne aumentano , le violenze si perpetrano e nessuno muove un dito.

Anche le donne che da decenni si occupano delle donne sono chiuse nelle loro rocche a proporre interventi come soluzioni estreme a situazioni di estremo disagio. Centri antiviolenza, case-rifugio,
dove le donne possono si essere protette ( è chiaro che è giusto che ciò accada) ma l’uomo rimane ancora una volta escluso dal mondo femminile e , sembra paradossale,  a nessuno verrà in mente che donna e uomo devono essere messi nelle condizioni di percorrere una strada  in cui sviluppare un sentire comune, in cui mettere in discussione una parte di sé IN FUNZIONE DEL SENTIRE DELL’ALTRO/A. e che questa sia l’UNICA ed esclusiva via da seguire per una seria ed efficace prevenzione.
Il tempo passa inesorabilmente e tranne sporadiche iniziative ( che non trovano finanziamenti né sostegno da parte delle istituzioni oggi quanto mai impegnate da un lato a risanare l’economia, dal’altro a tutelare  le caste politiche) assistiamo al progressivo degrado  di quest’area così fondamentale per il benessere e la civiltà di una società quale quella che attiene al rapporto donna/uomo.
L’augurio è che ci si possa vegliare dal torpore che ci avvolge e finalmente entrare nella giusta   dinamica evolutiva   perché altrimenti, le prospettive sono funeste.
Forse dovevamo giungere così a fondo nel degrado per sentirne finalmente gli effetti? Possibile,  dovrebbe essere la legge della vita: Morte/nascita,  ad ogni fine  segue un inizio.
Forse siamo ad un” The day after Tomorrow” ( L’alba del giorno dopo, il famoso film ); cambiamolo noi  allora il nostro piccolo mondo, la nostra nicchia ecosociale , quello spazio di vita ove possiamo intervenire sui rapporti umani in maniera diretta, senza la mediazione delle istituzioni  e senza aspettare .
Nel qui ed ora, con i nostri poveri  ma efficaci mezzi…

Brindisi,10/03/2012                                                    Iacopina Mariolo


lunedì 13 febbraio 2012

..come costruire la speranza


….come costruire la speranza

 Caro Presidente Monti : che gatta da pelare le è capitata!
Chiamato come tecnico a redigere un piano di intervento se pur in una fase di estrema criticità, avrà pensato che fosse sufficiente applicare i principi  e le strategie economiche del caso, pianificando gli obiettivi da conseguire  a brevissimo termine ( l’emergenza), e a medio e lungo termine.
Che in questo percorso Lei ed il governo che presiede vi sareste trovati ad affrontare altre emergenze , quali la rivolta dei forconi, la protesta del popolo dei precari, il sommovimento dei lavoratori licenziati arroccati  sulle terrazze nella strenua difesa del proprio posto di lavoro, il pianto dei pensionati  e dei prossimi alla pensione reimmessi nel ciclo lavorativo, il dolore della famiglie in povertà o ad un passo dalla soglia…ed infine..( ha dell’incredibile) la morsa del gelo che ha travolto l’Italia intera oltre ogni aspettativa, forse non  era( per voi )prevedibile.

Immagino che la Sua razionalità sia stata alquanto toccata  da tali eventi e da siffatte risposte, le reazioni della gente comune che forse non immaginava manifestasse.

Non mi intendo di economia, pertanto trovo difficile incamminarmi in sentieri per me poco percorribili, ma ritengo che quanto attiene all’individuo non possa essere trattato se non in un’ottica di globalità e di sensibilità in primis ai suoi bisogni.

Mi spiego :
1)  E’inutile disquisire sul dilemma se è nato prima l’uovo o la gallina , l’evidenza vuole che entrambi siano inequivocabilmente connessi in un processo, che come sappiamo ha caratteristiche di circolarità e di azione-reazione reciproche.
  Se dunque abbiamo l’illusorietà che qualcosa possa cambiare introducendo delle modifiche in termini di revisione di normative (es.art18) o introducendo restrizioni  al pensionamento, o nuovi tributi, si sappia che l’unico cambiamento possibile  in termini di miglioramento delle condizioni di vita della gente, passa attraverso una trasformazione del  modus operandi globale .

2)  Per fornire risposte adeguate ai bisogni di qualcuno bisogna in primis riconoscerli e, non secondariamente, conoscerli, cioè averne sperimentati od intuirne gli effetti. In breve, come faccio a comprendere la povertà se non ho mai sperimentato una se pur minima carenza di qualche bene materiale? E’ possibile l’empatia  ( cioè il mettersi nei panni dell’altro) a tali livelli?

Caro Presidente , alla luce delle esternazioni del suo governo  negli ultimi periodi, pare che questa forma di sensibilità sia venuta a  mancare, e che ognuno abbia parlato ritenendosi portatore di un privilegio, quasi da una parte ci fossero i propri figli ed il proprio mondo e dall’altra la gente comune, coloro che di privilegi possono continuare a non averne.

Chi non ha tale capacità empatica come caratteristica di base, può svilupparla,certo, ma non è uno strumento che si apprende attraverso lo studio  o con l’applicazione mentale,tale disposizione d’animo la si acquisisce con le esperienze di vita.

A questo punto Le chiedo, Presidente, le reazioni della gente comune hanno  in qualche maniera introdotto riflessioni e suggerito risposte in sintonia con i bisogni di quella collettività fino a ieri per voi sconosciuta?

E’ essenziale che ciò accada, perché la speranza in un futuro migliore, la si costruisce insieme, ed il cambiamento si verifica solo dotando ciascuno di quelle opportunità mancate consentendo lo sviluppo delle capacità personali.

Più che parlare di welfare inteso come assistenza  dovremmo parlare di empowerment, termine che fa riferimento all’ accrescimento del contesto sociale, politico ed economico in base alle risorse- opportunità che l’ambiente offre all’individuo e che potenziano le sue capacità.
Questa l’unica possibilità di reale cambiamento. E’ quella che si sta percorrendo?
Alla luce di quanto oggi accade ognuno trovi la propria risposta.

Cordialmente                                     
                                               Iacopina Mariolo

Brindisi,13/02/2012

venerdì 13 gennaio 2012

LA FORZA DELLA LUCE


Siamo nel pieno della stagione invernale ed il nostro organismo ha esaurito la  scorta di serotonina accumulata durante l’estate.
Le caratteristiche elioterapiche sono  ben note, ma qui ci interessa la capacità del sole , cioè della luce solare, di stimolare la produzione di serotonina .

La serotonina è quel neurotrasmettitore che consente ai neuroni di funzionare adeguatamente e di trasmettere opportunamente  i segnali  che danno impulso ai comportamenti (azioni, attività motorie, intellettuali, artistiche, …).
La carenza di serotonina determina il funzionamento inadeguato del nostro sistema nervoso , in particolare in un quadro depressivo la sua assenza è determinante. Con ciò non si vuole affermare che la causa della depressione sia essenzialmente di tipo neurochimico , poiché sono   riconosciute le cause psicologiche nelle forme reattive, quali lutti, perdite, separazioni, frustrazioni etc…

L’evidenza è che in questo periodo dell’anno possiamo essere maggiormente predisposti all’insorgenza di un quadro depressivo  dalla  riduzione dell’esposizione alla luce solare, perché il giorno ha meno ore di luce, i raggi del sole giungono con meno forza, il clima della stagione invernale spesso è inclemente.

Cosa accade dunque quando più fattori si incastrano come le tessere di un puzzle ? Ne deriva un elevato rischio che possa insorgere un determinato quadro sintomatico.
Un esempio: Se ho  perso il lavoro, se l’ombra della crisi oscura la luce  che mi consente di illuminare il sentiero della mia vita, se in aggiunta mi trovo in una situazione di abbassamento dei livelli serotonina………sono a rischio di depressione ? SI.

Cosa possiamo fare?
Non c’è sempre una ricetta , soprattutto quando non dipende dalle nostre azioni l’esito di qualcosa , come ad esempio la risoluzione di questo momento di difficoltà.
Possiamo tuttavia, e non è da poco, concentrarci sul nostro benessere,  distogliere l’attenzione dai menagrami di turno  ( politici, economisti  giornalisti….)  e trovare in noi quella luce simbolica, interiore che è fonte di energia inesauribile ( sempre rinnovabile).

Capita che in questa maniera giungano alla coscienza insight
( illuminazioni) che indichino la via da seguire ( anche magari nella ricerca di un nuovo lavoro…) .

Ed ancora, gridiamo forte il nostro diritto alla felicità contro le malinconiche pressioni….che bello sarebbe un leader politico  capace di trasmettere fiducia , serenità e senso di un sano e costruttivo ottimismo!

Brindisi,  13/01/2012                                       Iacopina Mariolo

martedì 20 dicembre 2011

IL VALORE DELLE DONNE


E’ più corretta l’affermazione  < Donne di valore o il valore delle donne? >
Ogni donna ha il desiderio più o meno consapevole ( dipende dal percorso di autoconoscenza intrapreso o completato) di sentirsi amata incondizionatamente…mi si può obiettare che tale bisogno è insito nell’essere  umano indipendentemente dal genere…
Ribadisco che nelle donne il bisogno/desiderio di riconoscimento è più forte proprio perché a lungo o troppo spesso negato.

Facciamo qualche esempio. Se al bambino si chiede di fare l’ometto e di non piangere al momento della fatidica puntura per il vaccino, alla piccola coetanea spesso viene negata una pari affermazione, ma si dice uno sbrigativo “ dai è una cosa normale….” Talune madri possono giungere a sussurrare ” un giorno dovrai partorire, e allora che farai?”
All’opposto, quando  il piccolo si scioglie in lacrime le medesime sono pronte ad abbracciarlo e a perdonargli la reazione  proprio in funzione di quel riconoscimento ed amore incondizionato che alle donne può venire a mancare.

Mettiamo da parte  il riferimento alla donna madre che non riconosce la fragilità della propria figlia / piccola donna  perché ci porterebbe in un tortuoso percorso di negazione della consapevolezza della condivisione di genere all’origine di tanti vissuti traumatici del rapporto madre - figlia  spesso causa di tante nevrosi dell’età adulta, e concentriamoci sul bisogno che ogni donna porta con sé di veder riconosciuto il proprio valore indipendentemente dalla riuscita nella vita ( sia in ambito familiare che lavorativo).

Vorrei prendere ad esempio una cultura , quella degli INCA , così lontana da noi ma così ricca di civiltà tanto da fornirci importanti insegnamenti sul tema del riconoscimento del valore intrinseco delle donne,
Questa cultura, brutalmente distrutta dagli spagnoli di Bizzarro ad iniziare dal 1533 con l’orda distruttiva del colonialismo che ha fagocitato intere  civiltà, promuoveva :
  • il rispetto della natura,
  • il concetto del  lavoro inteso non come obbligo ma  come  diritto e piacere che si fa a se stessi e al mondo;
  • l'idea che la parola d'onore ha più forza di un contratto scritto;
  • una sorprendente valorizzazione del ruolo della donna (che è all’inizio della creazione, più simile a Dio dell’uomo tanto che  per avvicinarsi a Dio l'uomo deve capire la donna.

….la religione stessa si impernia sul concetto della Dea Natura, chiamata anche Pachamama
Nel periodo d'oro degli Inca c'era una organizzazione di donne sagge, chiamate Mamakuna, che furono le artefici di una forma di organizzazione socio-economica molto evoluta .Scopo di questa organizzazione era il mantenimento della pace e la difesa della vita in tutti i suoi aspetti: e dunque degni di rispetto non erano solo gli esseri umani, ma anche gli animali, le piante, l'ambiente.La loro civiltà era armoniosa: crescita economica e incremento demografico erano in perfetto equilibrio. La fame era stata debellata su tutto il territorio, e un certo benessere era presente ovunque.Ma il fatto che oggi ci colpisce maggiormente è il ruolo delle donne, che godevano di indipendenza economica, potevano essere sacerdotesse, capi guerrieri o di governo, oppure diventare professioniste in qualsiasi campo. Il lavoro casalingo era riconosciuto come un importante contributo al benessere collettivo, e retribuito. c'era un istituto per le donne, Akllawasi, dove si insegnavano le "arti verso l'interno" e cioè, sentimento, arte, alimentazione, pedagogia, creatività, etica, religione, sviluppo dell' intuito, difesa della vita. Entrambe le istituzioni erano di altissimo livello e complementari, studiate per la specificità dei sessi. Nulla impediva, d'altra parte, alle donne che lo desideravano per inclinazione individuale, di frequentare la scuola maschile e viceversa agli uomini di recarsi in quella femminile.Purtroppo questa cultura così sviluppata e pacifica cadde preda di popoli altamente tecnologizzati nell'arte della guerra, ma ignoranti nel campo della conoscenza umana.. Alcuni studiosi sostengono che alla base vi sia stato un dato religioso: la Chiesa romana voleva la distruzione di una cultura che sosteneva che il primo essere umano apparso sulla terra fosse stata una donna.... E' anche possibile ipotizzare che la cultura spagnola, profondamente maschilista, non volesse che l'esempio di una civiltà paritaria arrivasse in Europa....
( tratto da wwww.incaitalia.it)

Questa pagina che descrive così efficacemente la progredita società andina che raggiunse il massimo dello splendore nel XV secolo, deve farci riflettere  alla luce del degrado socio economico che il Perù e le regioni andine si trovano ad affrontare oggi.
Ogni riferimento al degrado dei nostri paesi della civiltà occidentale del XXI secolo NON è puramente casuale….
Forse il significato non tanto recondito potrebbe essere che il riconoscimento del ruolo e del valore delle donne è direttamente proporzionale al livello di civilta’ e di progresso socio cultutrale raggiunti?
Ed anche in questo caso....a buon intenditor poche parole….

Brindisi, 20 dicembre  2011                                      Iacopina  Mariolo

mercoledì 7 dicembre 2011

UNA MANOVRA.... UMANA ( ? )


“Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno lasciati nel bisogno,
la nostra sapienza ci ha reso cinici,
l’intelligenza duri e spietati.
Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco.
Più che di macchine, l’uomo ha bisogno di umanità.
Più che intelligenza, abbiamo bisogno di dolcezza e bontà.
Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto. “
- CHARLIE CHAPLIN - tratto da “Tempi moderni”, film (1936)

Tempi duri, i tempi attuali.
Le parole di Chaplin nel citato film appaiono di un’attualità sorprendente, ma a noi , gente comune, è dato aprire nuovi orizzonti di discussione oltre il dibattito sui temi economici, perché, in fin dei conti non siamo tutti bocconiani.

 Un ministro, o meglio una ministra  ha provato ad andare un po’ oltre le righe, mostrandosi capace di provare emozioni, ma se è pur vero che
·        l’etimologia della parola economia ha a che fare con il termine oikos che in greco significa casa, abitazione, luogo e mura domestiche
  • la radice è comune in ecologia  che per estensione diviene ambiente, il cui significato è ciò che gira intorno a cose ed individui ( dal latino ambire= andare attorno )
appare evidente che la citata ministra è stata inequivocabilmente zittita dalla razionalità bocconiana , dimentica  del fatto che di sterile, nel senso di asettico , cioè non contaminato dalle emozioni tipicamente umane, nell’economia c’è ben poco, ma anzi ….se il pil, lo spread  possono apparire nella loro connotazione numerica  come dati  indici dell’economia, per tutto ciò che riguarda gli interventi  sull’assetto economico  che coinvolge gli individui , i numeri non esistono, perché dietro ogni indice, c’è una , mille, un milione di storie, di ambiti di vita unici, singolari ed espressione delle difficoltà di singoli umani  che non potranno mai essere ridotti al dato numerico.

Dove intendo andare a parare? La vera equità è solo ed unicamente quella che considera e riconsidera gli ambiti della scienza economica  come ambiti umani, ove il nomos, ( la norma  ) attiene alla mia casa  (oikos), che è anche il luogo ove nasce e muore la mia vita, cioè è anche, inequivocabilmente, il luogo degli affetti nel senso psicologico del termine.

Cioè in questa interpretazione l’affetto è un moto psichico che appare collegato ai bisogni ed ai comportamenti umani..

E dunque, anche in questo caso, a buon intenditor poche parole…..


                                     Iacopina Mariolo

giovedì 3 novembre 2011

Il fardello dei rifiuti


IL  FARDELLO  DEI RIFIUTI
       (un approccio psicoeducazionale)

E’ un problema ingombrante , quello  dei rifiuti, non c’è dubbio, ma non solo per cause diciamo così tecniche ( dalla raccolta allo smaltimento e trattamento ), ma anche per motivazioni di ordine psicologico.

Esempi ce ne sono a non finire

-      definiamo un rifiuto della società un individuo che non conta, che è dunque al margine e che oltre a non essere considerato al pari degli altri individui del contesto  di appartenenza, ha in sé le caratteristiche di scarto, e dunque di oggetto da eliminare;

-      la parola rifiuto riferita al gesto  o al comportamento fra due individui, assume il significato di allontanamento o di evitamento spesso con sentimenti di crudeltà e di cattiveria nei confronti dell’ oggetto verso cui si rivolgono tali comportamenti;

-      possiamo  ancora dire che se diniego il capo facendo di NO, con tale atteggiamento posso ad esempio rifiutare il cibo, le cure mediche, esprimere un dissenso legato al contesto di un invito o di un comando……

E su base etimologica cosa scopriamo? La parola rifiuto trova la radice in futare che in latino ha il significato di battere, cioè abbattere, eliminare, reprimere, negare.

Se tanto vasta è l’area del rifiuto appena esposto, altrettanto lo è la motivazione psicologica  alla base di tali rifiuti o dei comportamenti che ne derivano
-      l’individuo ai margini può trovare accoglienza in un gruppo sociale che riconosca il lui la possibilità di esistere come rappresentante comunque di una umanità di cui è parte al pari degli altri individui,

-      il rifiuto che porta alla necessità sadica di annientare l’individuo o un gruppo  ponendolo ai margini , si esprime mediante i comportamenti  guidati, in una sorta di scala di gradienti, dal pregiudizio, all’odio che definiamo razziale…

-      più articolato il rifiuto legato alla espressione del NO, perché può addirittura poggiarsi  su basi contrarie all’esistenza, l’anoressia come rifiuto del cibo porta, lo sappiamo bene, all’inevitabile fine della vita. Se il No è rivolto direttamente alla vita  possiamo assistere alla sua eliminazione mediante il gesto del suicidio. 

Posso ancora dire No alla dipendenza  ed in questo caso rifiuto l’alcool o le droghe, o il gioco, o i media che annullano la mia persona, sostenendo in questo caso una positività per me stesso.


Si comprende dunque come ciò che accomuna tale complessità di comportamenti sia un unico elemento : la necessità, reale o immaginaria, necessaria  o superflua, eticamente corretta o scorretta di procedere all’ELIMINAZIONE  DI  QUALCOSA.

Ma veniamo al punto perché elimino qualcosa ( ovvero perché la considero un rifiuto? )
·        Il 1° punto è perché non mi serve più;
·        il secondo perché non mi aggrada usarla;
·        il terzo perché avverto una sorta di ribrezzo/paura = ripulsa , non meglio identificata.
Nel secondo e terzo caso la componente inconsapevole, inconscia, o non percepibile immediatamente ( scegliete voi l’espressione più idonea al vostro status) la fa da padrona. E questo vuol dir tutto o niente…

Se però puntiamo l’attenzione al maximo esempio di rifiuto, il primario o primogenito nella serie incomparabile dei rifiuti che un individuo scoprirà nel corso della vita,  cioè le feci, prodotto  di inestimabile valore per il piccolo uomo e di deprecabile esistenza per l’uomo ormai civilizzato all’uso del w.c. e del sistema fognario, sappiamo di imboccare un percorso a ritroso nei meandri del nostro inconscio che mal pareggia l’equazione rifiuto = allontanamento del e dal superfluo.
Magica produzione  che proviene dalla nostra  interiorità, prodotto inspiegabile su base empirica e solo scientificamente spiegabile, trova nella scatomanzia  un  uso divinatorio e rituale.
Componente onirica di un certo rilievo, simbolo e metafora per la psicoanalisi della ricchezza interiore e della dote creativa di potenziali realizzazioni prodotte dalla sublimazione, per la chiromanzia rappresentazione  della ricchezza e del denaro.
Il primario rifiuto appare dunque tutt’altro che prodotto da eliminare perché non  più utilizzabile.

Utilissimo tuttavia il ribrezzo  ed il disgusto culturalmente indotti su base scientifica onde evitare  il contagio da virus e batteri etc..etc.. chi sa di scienza aggiunga ciò che vuole.

E con la spazzatura? Come la mettiamo? Etimologicamente la parola deriva  dal latino  spatium, spazio, spazzare dunque è inteso come  fare spazio, estendersi, sgombrare.

E monnezza? Nobili anche  le sue origini , dal latino mundum, cioè pulito, e tutto ciò che non è mondo con il prefisso in inteso come negazione, diventa in-mondo, cioè immondo, sporco..da qui immondizia da cui il dialettale mondezza o  monnezza  ( a seconda dei dialetti).

Se in natura nulla si crea e nulla si distrugge, è  vero che l’albero nasce dal seme che è contenuto nel frutto e da tale riciclo ( ri- inteso come ripetizione ed il latino cyclum  a sua volta dal greco Kyklos  dal significato di cerchio, rotazione e quindi  riciclo come fenomeno ri-corrente che si ri-pete ciclicamente ) può nascere un nuovo albero e quindi un nuovo frutto e così via….
Se il seme rappresenta uno scarto e dunque un rifiuto, è tuttavia un rifiuto prezioso dal quale non ci  si deve liberare pena l’interruzione del ciclo vitale.


Con il riciclaggio dei rifiuti , un processo che ha perso la naturalità del ciclo biologico della creazione-distruzione -creazione, viene riportato alla saggezza ed alla eticità della natura mediante un intervento artificiale, tecnologico. Tutto ciò pena la fine del pianeta Terra  per l’invasione di rifiuti  industriali, urbani, tecnologici, sanitari……. E non è una sciocchezza perché niente di quanto menzionato trova spazio in una nicchia ecologica per arricchire spontaneamente l'ecosistema!

A monte di tale intervento  è la raccolta differenziata, e qui entrano in gioco fattori che non sono solo e sempre di natura politica, o sociale o di educazione ambientale…esistono anche le motivazioni psicologiche e le disposizioni comportamentali di cui non siamo del tutto o in parte consapevoli.

Educare alla raccolta differenziata  non può dunque prescindere dalla considerazione che mutare un habitus comportamentale in un individuo che abbia già costruito le basi psicologiche del comportamento ( quelle più profonde, , quelle del rapporto con il rifiuto-feci-disgusto-eliminazione  per allontanarne la vista …) sia un processo psicoeducativo e non esclusivamente pedagogico o didattico.


 Riflettendo  sul fatto che  un individuo di 10 anni ha già costruito le parti cardine della sua personalità passando attraverso le fasi dello sviluppo denominate  dalla psicoanalisi  orale, anale, edipica, di latenza , non possiamo non porci il problema della creazione di un contesto di accoglienza delle componenti psicologiche, nell’ambito di interventi di educazione ambientale.
E per un adulto? Aumenta la complessità  perché si aggiungono le sub strutture  sociali, culturali, economiche.

Ecco che l’educazione ambientale è senza dubbio un fatto multidisciplinare  ma l’aspetto saliente che oggi ci porta trattare di un approccio educativo al problema dei rifiuti, appare la necessità di una base psicologica  su cui costruire interventi  efficaci e mirati al contesto , che tengano conto di  variabili quali età, background, status sociale ed economico, ma anche delle  predisposizioni  e variabili individuali e del gruppo di appartenenza.

Senza tale riferimenti, ogni intervento sul tema sarà nullo, cioè INEFFICACE, pertanto abbandoniamo l’idea  ( mi riferisco alle società destinate al loro smaltimento, che dunque gestiscono l’impianto della raccolta differenziata ) che i rifiuti rappresentino in primo luogo un business!

 Brindisi,02/11/2011                    Iacopina  Mariolo




mercoledì 19 ottobre 2011

ASPETTANDO GODOT



Come nel  testo teatrale di S.Beckett,verrebbe da dire,considerando gli  eventi che in quest’ultimo anno si sono succeduti nel nostro paese
"Andiamocene" 
"Non si può" 
"Perché?" 
"Aspettiamo Godot"
Metafora della depressione surrealista che conduce gli individui a vivere nella spasmodica attesa del personaggio Godot, rappresenta l’aspettativa del cambiamento e dell’evento  che mai si realizza  perché basato su un approccio alla realtà non guidato dal sano principio di contatto con gli eventi che in ogni caso possiedono una connotazione di oggettività, ma dal senso di impotenza e di impossibilità all’azione che ne deriva.
Assistiamo ad una strana logica del cambiamento: ogni evento od azione  che in sé possiede il potenziale trasformativo nei confronti della  realtà contingente, si mostra nel qui ed ora come totalmente incapace di apportare un qualsiasi mutamento, anzi,compare la tendenza alla distruzione di quegli aspetti positivi costruiti in passato, ed il risultato è una degenerazione di tipo regressivo.
Un esempio ( è evidente che il riferimento è all’attuale situazione sociale, e  cioè politica ed  economica ):
gli ultimi accadimenti relativi al degrado della manifestazione degli Indignados rappresentativi, a Roma, del disagio pacifico ed oltremodo costruttivo di  milioni di italiani.
Bell’esempio  del dissenso costruttivo ed attivo guidato dalla ragione, dal cuore e dall’intelligenza,  distrutto, devastato e poi fagocitato dall’onda amorale dei black bloc….
Ogni volta che le ragioni del cuore e della mente si uniscono,  sono in grado di realizzare grandi risultati in vista del  cambiamento sociale auspicabile, quello che vede come unica soluzione solo una vera democrazia, attiva,  piena e responsabile, non più solo delegante e/o partecipativa.
A questo punto interviene  un evento contrapposto di intensità maggiore  con il compito, guidato più o meno consapevolmente, coscientemente o no, di annullarne  qualsiasi effetto.
Ne consegue un senso di profondo dolore e  frustrazione, ed ecco che tutti tendenzialmente diveniamo un po’ come i personaggi dell’opera beckettiana citata……..e aspettiamo qualcosa che non arriverà mai, ahimè, perché Godot di fatto non esiste..
Che fare dunque? Non indugiare a lungo nell’autocommiserazione, prendere sempre comunque i remi in barca ed andare, continuare la navigazione con modi si pacifici, ma determinati , nella certezza che il cambiamento oggi per i gravi problemi che stiamo affrontando, non prevede tappe che fiacchino gli animi e le volontà, ma è un processo continuo di costruzione e lo si può realizzare anche in maniera repentina, basta crederci e volerlo
S E M P R E


Brindisi,19/10/2011                                      Iacopina Mariolo