Italia21

giovedì 21 aprile 2016

Città da amare : le città degli affetti





            Si chiamano corsi e ricorsi della storia, quanto segue è stato da me postato in occasioni delle trascorse elezioni ( in data 20/04/2012), lo ripropongo oggi, sorpresa ( ma era prevedibile) dalle mancate risposte fornite dalle varie amministrazioni comunali e dall' assenza di empatia mostrata nei confronti degli abitanti e delle loro problematiche!  

Ad un passo dalle elezioni amministrative, in un momento in cui la battaglia fra gli schieramenti diventa infuocata, voglio offrire un piccolo contributo: alcune riflessioni che possono essere utili a noi elettori per giungere ad un voto consapevole e guidato da buone intenzioni. Partiamo dall’etimologia della parola città.
Il termine città deriva dall'analogo latino civitas, ed ha la stessa etimologia di civiltà. Possiamo dunque affermare che città e civiltà si equivalgono almeno da un punto di vista etimologico.Ma cosa rappresenta una città?
Ogni città ha un feeling unico, dato dai ritmi cittadini, un orologio interno, una dimensione spazio-temporale specifica.
Le città, infatti, non sono tutte uguali. Diversi sono anche gli ambienti naturali in cui si collocano: una città sul mare - come Brindisi - con uno splendido porto e splendide oasi marine circostanti, ha caratteristiche proprie, specifiche del contesto in cui si colloca. Logico pensare che ogni intervento ad essa rivolto, deve essere modulato in base a tali caratteristiche con attenzione e specificità.
Diversi sono anche i bisogni delle cittadinanze, definiti ed espressi localmente, dai contesti sociali, culturali, economici di riferimento.Uguali tuttavia sono le premesse, le basi che guidano e motivano l’origine, la nascita, la costituzione delle città: le città rappresentano i luoghi dello stare e del fare insieme.Le città sono nate per fornire sostegno e risposta ai bisogni affettivi, sociali ed economici degli individui. Alla base ci sono le relazioni fra coloro che le abitano.Oggi questi luoghi colmi di valori affettivi, acquistano sempre più le caratteristiche di “non luoghi”, definiti dall’antropologo Marc Augé come quei luoghi creati dalla globalizzazione: i luoghi della perdita dell’identità, quegli spazi definiti iper, dilatati per accogliere migliaia di persone ma non per riconoscerle, ove il significato dello stare insieme e dello scambio affettivo è stato sostituito dal compiere azioni e tenere comportamenti volti al consumo o alla fruizione di servizi di massa, fra cui il divertimento.Ci deve essere una possibile mediazione, un necessario punto di incontro fra le esigenze della modernità e della globalizzazione, e quelle del singolo, dell’individuo inserito in una comunità nella quale si identifica e dalla quale ottiene sostegno e riconoscimento: la città degli affetti. Ancora, oggi è necessario ripensare le frontiere superando muri e barriere che fungono da divieto e comportano esclusione, non dimentichiamo a tal proposito che la frontiera è il luogo dell’incontro fra due esseri umani che non si conoscono.
In questo breve riferimento ai popoli migranti, vorrei dire che tale incontro alla frontiera non è mai noto, è sempre ignoto e non è scevro da rischi, pertanto deve essere affrontato e costruito. Tornando alle città - le città degli affetti - usiamo la prospettiva di ambito di una scienza umana, la psicologia, scienza per l’uomo ed al servizio dell’uomo, nello specifico della Psicologia di Comunità.
Per la Psicologia di Comunità, la città è la comunità locale intesa come quel contesto concreto, visibile, ove le relazioni interpersonali ed il legami sociali assumono specifiche forme di convivenza e partecipazione caratterizzate da solidarietà, fiducia, tolleranza.
Nasce e si sviluppa il senso di attaccamento e di appartenenza; l’identità del singolo passa attraverso l’identità nella e della comunità in cui vive.
Ma è necessario che la propria città sia un luogo dove si vive bene; tale infatti è la città che previene i disagi dei singoli e della collettività, attraverso un welfare inteso come risposta ai bisogni che niente imponga o conceda ma sia in grado di attivare risorse e produrre cambiamenti volti alla crescita della comunità.
Una città dove si vive male è invece una città che antepone "altro" agli interessi della collettività, che non riesce a sviluppare, in chi la abita, il senso di appartenenza, diciamo di amore. Inoltre è una città che si ammala, non solo in senso affettivo, ma anche fisico. E’ necessario dunque costruire un’ identità personale che in senso biunivoco si riconosca nell’identità della comunità.
A tal fine devono essere costruiti o riconsiderati gli spazi, i luoghi, le strutture fisiche della città, ma anche i modi di vivere.Questi si esprimono nelle cerimonie, nelle feste tradizionali, nei rituali e nelle produzioni artistico-culturali locali, si riferiscono a luoghi (pensiamo alla tradizionale processione brindisina del cavallo parato privata del suo luogo di svolgimento: i corsi cittadini / o alla canzone mannaggia allu rimu che ha perso la sua Santa Apollinare di “vieni bedda mia ca’ sciamu a Santa Apullinare”….)
I luoghi che più esprimono tale identità sono il centro della città (che è il suo cuore antico, storia ed anima dei cittadini) ed il contesto naturale che le fa da cornice (monti, fiumi, mari, coste, boschi e radure…).Una politica delle cose comuni che non consideri in primo piano tali aspetti, è una politica che non fa gli interessi della città e dunque della collettività.
Questo è un aspetto diciamo così “scontato”, ma urge una riflessione su quanto realmente viene realizzato in funzione di questo amore della città e per la città.Per concludere, riprendendo le concezioni storico filosofiche sulla natura e la funzione delle comunità cittadine, dobbiamo interrogarci sul perché le nostre città, i luoghi in cui viviamo, già da tempo abbiano perso la caratteristica di città degli affetti.

Durkheim, padre della sociologia moderna, già all’inizio del XX° sec. indicava nell’assenza di relazioni sociali una delle principali cause di suicidio.
Da Platone, per il quale la città, costruire la vera città, significa seguire le ragioni del cuore e conoscere l’Uomo ed il suo posto nell’universo;
ad Aristotele, per cui la città rappresenta la realizzazione più profonda dell’essere umano in quanto l’uomo è un animale politico;
ad Agostino il quale ritiene che gli individui all’interno delle città perdano la loro individualità per orientarsi su esigenze comuni;
alla Città del Sole di Campanella ed all’Utopia di Tommaso Moro, passando per le Città Invisibili del contemporaneo Calvino, interroghiamoci sul presente e sul futuro della nostra città. 

Brindisi, 21/04/2016                                                                          Iacopina Maiolo                                

venerdì 1 aprile 2016

2 Aprile – giornata mondiale della consapevolezza dell’autismo



Conoscere e riconoscere l’autismo è finalmente ritenuto compito della collettività, di quella società che per anni ha giudicato, puntato il dito e colpevolizzato genitori e famiglie, rifiutato ed escluso con la chiusura e l’intolleranza i bambini ed i ragazzi definiti “ autistici” dalle scuole di ogni ordine e grado ( dall’asilo alla scuola superiore).

E’ vero, spesso non sono bambini facili  ma se così fosse non si parlerebbe di una giornata dedicata alla conoscenza in primis delle problematiche che sottendono all’autismo e poi alla consapevolezza, che ha in sé il germe del riconoscimento di quella diversità  che solo se nota può essere accolta e determinare possibilità  e regole di convivenza e relazione.

Speriamo sia questo  l’obiettivo fondamentale, oltre che della giornata, della campagna in atto che prevede spot, trasmissioni e special televisivi.

E’ vero, quale operatore scolastico presente a vario titolo nel mondo della scuola ( insegnanti di sostegno e non , assistenti, psicologi ) o compagno di classe  non ha un ricordo che ha segnato la relazione con lui - lei ? Dall’impossibilità o difficoltà della relazione  che si è espressa  nel gesto aggressivo,  alla nascente socialità segnata dal sorriso  dell’accoglienza e dalla mano tesa o dallo sguardo che inaspettatamente si volge, se pur in maniera fugace, all’interlocutore. Questo è il percorso che in molti possiamo ricordare e narrare per costruire nuovi spazi di condivisione , sanare ferite e dolori inflitti per pregiudizio, superficialità o senso di superiorità, quello che spesso  ci riveste quando l’esperienza non fa parte di noi  e del nostro repertorio di vita.

Lasciamo che nei luoghi opportuni e con le figure idonee per formazione e ruolo ( questa mattina ho visto in un noto programma televisivo ospiti che  tentavano a vario titolo di fornire interpretazioni , offrire risposte e proporre  terapie)  si continui a studiare l’autismo per fornire giuste diagnosi e proposte di  cura e di  intervento.
Oggi faccio mio l’intento narrativo che si sposa con un ricordo….

Da poco ho scoperto che hai l’età del mio figlio più grande, da poco ho avuto il privilegio di essere da te notata tanto da potermi avvicinare mentre mi sbirciavi con l’aria sorniona da dietro un cespuglio…

Certo mi avevi quasi colpita con quella scarpa volata via dal tuo piede con quel gesto studiato che tante volte  avevi ripetuto per attirare attenzione, non volevi farmi del male, questo lo so, ma dirmi che esistevi e che finalmente, avvicinandomi a tuo padre, vi avevo riconosciuto entrambi.
Tuo padre..che dire? In quel parco giochi ti ha condotto per la mano, da bimbo indomito ad oggi adulto nel corpo ma non per testa e cuore.
Ogni pomeriggio al parco giochi del Casale era segnato dalla tua presenza che ingombrante riempiva l’aria di suoni , dalla figura sollecita di tuo padre che ti invitava a giocare, ti tranquillizzava ed a suo modo  accarezzava te che ti mostravi sfuggente  ma a tuo modo sereno per rassicurare quell’uomo che temeva un  gesto inconsulto, ma  forse anche il giudizio di noi, genitori di bambini che venivano definiti normali.
Rivederti oggi mi dice che è come se il tempo fosse fermo ad allora, nella grandezza di tuo padre che in questi anni non ha perso un solo appuntamento con il parco giochi sfidando i rigori invernali e le calure estive, pur di vederti felice.
E’ questo che mi ha detto qualche mese fa, parlandomi di te, della tua maniera di essere adulto eternamente bimbo e del suo amore per te che hai invaso la sua vita con la potenza di un ciclone che ha un nome ma oggi anche una possibilità di conoscenza ed intervento : autismo.

Brindisi,02/04/2016                       Iacopina    Maiolo

 

venerdì 8 gennaio 2016

Mamme per sempre



E’ difficile ( per certi versi impossibile ) entrare nel tema angosciante degli infanticidi rivolti ai propri figli conservando l’oggettività e la lucidità necessarie per tentare un canovaccio interpretativo o anche solo per esprimere un parere, se non si è in un talk-show fra luci , cerone , conduttori patinati e vip. 

L’impatto emozionale è infatti dirompente e suscita in chi lo vive difese di vario tipo , quella più immediata  l’accusa, il giudizio estremo che condanna  senza mai spiegare o conoscere, la distanza totale che annienta qualsiasi forma di empatia o contatto se pur minimo.


Se è il padre a commettere l’atto estremo nei confronti del proprio figlio, l’episodio ha un impatto minore, sebbene anche in questo caso il giudizio sia estremo, ma viene archiviato con più facilità  e spesso le coscienze di noi osservatori  non ne serbano memoria come nel caso materno.
Numerosi i racconti mitologici sul tema, in particolare di origine greca. Il classico caso di Medea, che è stato rappresentato in più versioni nella tragedia greca, seguendo la versione di Euripide (V secolo a.c.), rappresenta la donna madre che uccide i propri figli per vendetta e troppo amore nei confronti di Giasone, colpevole dell’abbandono per convolare a nozze con una principessa greca.

La mitologia non trascura il figlicidio paterno, che sempre nel mito greco compare più volte, ma a differenza di quello materno, il cui denominatore comune come abbiamo visto per Medea è il troppo amore o la vendetta, è legato ai temi dell’errore , della follia , ma anche della punizione ( padri  punitori soprattutto di figlie ) e del sacrificio ( figli  come vittime sacrificali ).

Quest’ultimo aspetto è presente in varie culture e tradizioni mitologiche, ad esempio è il fulcro dell’episodio biblico di Abramo  e Isacco , tramandato dall’esegesi ebraica,

Entrando nel racconto, come ben sappiamo, Dio, per mettere alla prova la fede di Abramo, gli ordina di sacrificare il proprio figlio Isacco. Abramo, pur profondamente addolorato obbedisce senza esitare, ma  mentre sta per compiere il sacrificio, con la mano alzata ed armata di coltello, un angelo del Signore scende a bloccarlo e fa comparire  un ariete da immolare come sacrificio sostitutivo.

L’uccisione qui appare possibile, dunque consentita, giustificata dall’ingiunzione divina e trova un padre consenziente che non ha l’intenzione di opporsi al volere di Dio. Tuttavia, pur non comparendo una posizione divina contraria all’infanticidio del figlio, l’intervento tramite il suo angelo è volto ad interrompere l’azione cruenta"hai fatto questa cosa e non hai trattenuto tuo figlio, il tuo unico, io di sicuro ti benedirò e di sicuro moltiplicherò il tuo seme come le stelle dei cieli e come i granelli di sabbia che sono sulla spiaggia del mare; e il tuo seme prenderà possesso della porta dei suoi nemici. E per mezzo del tuo seme tutte le nazioni della terra certamente si benediranno per il fatto che tu hai ascoltato la mia voce » (Genesi 22:10-18).
Se il risultato è la salvezza di Isacco  e la liberazione dal ruolo di padre uccisore per Abramo, non compare tuttavia un’opposizione morale al delitto, come invece  nel giudizio  che Dio rivolge a Caino dopo l’uccisione di Abele : Allora il Signore disse a Caino: « Dov'è Abele, tuo fratello?». Egli rispose: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?». Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello”( Genesi,4 ).

L’interpretazione del testo biblico non è sicuramente di facile realizzazione, necessita di una lettura attenta a fattori antropologici, culturali e storico - sociali , tuttavia l’evidenza è che il fratricidio è aspramente condannato, il figlicidio no, anzi viene suscitato per provare devozione e fedeltà al volere divino. E’ come se il figlio fosse proprietà genitoriale da usare quale  ed al posto del capro ( l’agnello sacrificale)  in questo il volere di Dio Padre ( non trascuriamo che Dio è padre di entrambi, Abramo ed Isacco) è determinato e non lascia possibilità di scelta.



L’elemento di raccordo fra i miti citati ( anche negli altri miti relativi all’infanticidio per mano genitoriale è presente univocità ) è il possesso dei figli, il sentirli proprietà esclusiva del genitore, che ha la facoltà di decidere della sua vita , mentre al figlio non è mai dato di opporsi o reagire.



Trasferiamo ad oggi qualche spunto per così dire arcaico, da un’indagine del 2014 ad opera dell’ Associazione Meter Onlus, emerge una drammaticità forse sconosciuta: in Italia una madre o un padre ogni settimana uccidono o tentano di uccidere 3-4 figli con una media di circa 170 bambini vittime in un anno. Le vittime sono bimbi di pochi anni o neonati. Secondo l’indagine “raptus, conflitti tra i genitori per le separazioni, situazioni di disagio, le principali motivazioni “.



Riprendendo il tema iniziale della madre coinvolta nel fenomeno, i dati si intrecciano con quelli relativi alle  sindromi tipicamente femminili legate al parto ed al postpartum a breve e a lungo termine.

·       Il baby blues ( stato fortemente emotivo caratterizzato da crisi di pianto, senso di inadeguatezza, affaticamento…)si manifesta nell’immediatezza del parto ed ha la durata di poche settimane;

·       la depressione post partum ha il suo esordio a poche settimane dal parto  fino ad un anno di vita del neonato ed ha un’evoluzione più lunga ;

·       altre manifestazioni fra cui disturbi dissociativi e manifestazioni di tipo delirante e dissociativo (la psicosi denominata puerperale,) e disturbi dissociativi.



Ma il dato che più colpisce è che circa il 49% delle forme di disagio psichico legate al parto, non vengono diagnosticate e rimangono come un fenomeno sommerso  e quindi non soggetto ad alcun tipo di intervento.

Chiedendoci perché una madre giunga ad uccidere il proprio bambino  non troveremo mai una risposta univoca ed esaustiva, i fattori si intrecciano in una trama che non sempre consente la prevedibilità del fenomeno, ma di prevenzione si, è possibile parlare e costruire interventi che delineino percorsi di sostegno e di aiuto alla madre, alla coppia , alla comunità…



Tornando al senso di proprietà di cui parlavamo in relazione ai figlicidi mitologici, un’ipotesi da porre e sottoporre ad indagine è la stretta relazione che intercorre fra la madre ed il bambino: intrecci  ed unioni che a livello fisico, psichico ed immaginario, si traducono in quella simbiosi che appare  fisiologica durante la gravidanza e nel corso dei primi mesi di vita, ma che gradualmente deve lasciare spazio all’individuo che si differenziandosi si rende autonomo. Ciò inizia  dal momento della nascita in poi , quando il piccolo respira e  svolge funzioni autonome a livello fisico e percettivo.

Ripensando al cammino evolutivo che attende dalla nascita in poi ogni essere umano, notiamo che ogni passo rappresenta  un movimento verso la differenziazione ed il riconoscimento di sé; ciò ( e per fortuna)  avviene anche quando si è più avanti negli anni, quando si scoprono parti di sé prima ignote, quando si vivono nuove esperienze e si costruiscono nuovi obiettivi ( anche se a differenza dell’età giovanile sono limitati nel tempo ).

Per una mamma questa rappresenta una delle difficoltà maggiori da affrontare nell’accompagnamento alla vita del proprio figlio /a .

A tal proposito qualche riferimento al testo di una  canzone “ A modo tuo”  scritta da Ligabue e diffusa dalla la voce di Elisa che esprime in maniera esemplare la difficoltà, il senso di frustrazione e di abbandono che accompagna la crescita di un figlio:

…sarà difficile dire tanti auguri a te a ogni compleanno vai un po' più via da me..

sarà  difficile mentre piano ti allontanerai a cercar da sola quella che sarai…

sarà difficile  lasciarti al mondo e tenere un pezzetto per me
e nel bel mezzo del tuo girotondo non poterti proteggere…



Le mamme alla ribalta della cronaca come protagoniste dell’interruzione della vita del piccolo essere da loro stesse generato, le mamme che sono in carcere per il gesto compiuto, le mamme  ospiti di strutture per il recupero, le mamme che ricordano e quelle che hanno dimenticato  l’accaduto distogliendo la memoria dall’atrocità compiuta…alla fine altro non sono che mamme  che non vivranno mai la crescita e l’allontanamento dei propri figli, in un certo senso,  paradossale e patologico PER  SEMPRE …



Concludendo, un brano tratto  da "il Profeta" di Kahlil Gibran “Sui  figli ”:

E una donna che reggeva un bambino al seno disse: / Parlaci dei figli / Ed egli disse:/I vostri figli non sono i vostri figli. /Sono i figli e le figlie dell’ardore che la Vita ha per sé stessa./ Essi non vengono da voi, ma attraverso di voi,/ e non vi appartengono benché viviate insieme./ Potete dar loro il vostro amore, ma non i vostri pensieri, poiché essi hanno i propri pensieri./ Potete custodire i loro corpi, ma non le loro anime, /poiché abitano case future, che neppure in sogno potreste visitare./ Potete sforzarvi di essere simili a loro,/ ma non cercate di rendere essi simili a voi, / poiché la vita procede e non si attarda su ieri./ Voi siete gli archi da cui i vostri figli come frecce vive, /sono scoccati lontano.

L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero infinito/ e con la forza vi tende,/
affinché le sue frecce vadano rapide e lontane./ Fate che sia gioioso e lieto questo vostro essere piegati dalla mano dell’Arciere, / poiché, come ama il volo della freccia, / così Egli ama anche l’arco che è saldo.



Questo l’approccio vero, sano  e rivolto alla vita del figlio/a che ciascun genitore dovrebbe assumere nel suo difficile ma  unico ed insostituibile ruolo!



 Brindisi, 08/01/2016                                     Iacopina Maiolo

martedì 24 novembre 2015

25 novembre - Giornata mondiale contro la violenza sulle donne -



 


Non amo le commemorazioni o le giornate in onore  di qualcuno o qualcosa, come è d’uso da qualche tempo  nel mondo multimediatico.

Così si susseguono nel calendario ( e  a volte si sovrappongono ) ricorrenze di vario tipo, ognuna ispirata ad un tema , un contenuto diverso e specifico a cui è possibile aderire anche solo  entrando nel circuito dei like  e degli emoticon  con corredo di cuoricini.

Eccone alcune ( oltre quelle storicamente note e di carattere morale e di reale  valore commemorativo) tratte da  wikipedia e  caratterizzate da una unicità che corre il rischio di divenire  stupidità:
Prima domenica di maggio  Giornata mondiale della risata - 13 agosto  Giornata internazionale dei mancini - 6 luglio  Giornata mondiale del bacio - 2 ottobre - Giornata degli angeli custodi ….e così via, fra la giornata dell’igiene delle mani  e quella internazionale del “vattela a pesca”. Vi assicuro che l’elenco è lunghissimo e vario e se si dovessero onorare tutte le ricorrenze  trascorreremmo il nostro tempo nei  relativi festeggiamenti e rituali.
In questo clima il  25 novembre cade la giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Da destra e sinistra, (se di correnti politiche si può ancora parlare) le adesioni  con eventi, manifestazioni culturali o  ludiche, tavole rotonde, proiezioni di film in tema, ma con quale risultato?
E’ pur vero che l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione e creare punti di discussione e crescita comunitaria può essere raggiunto con iniziative che pongano il focus sul problema, ma questo tipo di  interventi non è mai stato strategico al fine di un cambiamento reale ed auspicato.
Dietro gli emoticon, le frasi ad effetto da condividere sui network, i selfie ed i blablabla di convegni e seminari di una giornata commemorativa, c’è il lavoro costante,  attento, delicato e ricco di professionalità degli operatori che contrastano la violenza in prima linea nelle strutture di confine fra il mondo che maltratta , quello che giudica e quello che appartiene  sempre  e solo a loro, le donne vittime di violenza.
C’è un mondo che non si mostra e non mostra la sofferenza ed il dolore ma impegno e costanza risolutivi di piccole ma grandi situazioni, interventi di recupero insperati, terapie per dolori di lunga data e durata.

Nell’epoca del  post femminismo ci sono ancora  donne che tessono trame di condivisione e aiuto opposte alla divisione che distrugge, che in solidarietà , fra sorelle costruiscono legami per delineare un mondo migliore.

Occorrono interventi di prevenzione della violenza a largo raggio, calibrati nel tempo in obiettivi di prevenzione primaria e secondaria ove la violenza ha già posto le sue radici. Ma non andiamo alla ricerca di fondi o di finanziamenti in un momento in cui la precarietà socio economica  è evidente e di difficile cura nel qui ed ora; non cerchiamo o creiamo progetti che prevedano dispendio di denaro o surplus di compensi per chi li detiene ( come fin qui è spesso accaduto negli interventi di enti pubblici o del  terzo settore, l’area che si occupa degli interventi sociali educativi e di recupero).

Che i dirigenti scolastici si occupino della sensibilizzazione e preparazione dei docenti per diffondere e seminare la cultura della non violenza da  educatori quali  in realtà sono.

Che le forze dell’ordine acquistino la giusta sensibilità per penetrare le situazioni difficili ed a rischio al fine di evitare i gesti  irreparabili della violenza sulle donne e non come spesso accade intervenire magari sulla scia della legge antistalking  per trarne clamore  mediatico o protagonismo: spesso per ogni situazione non compresa o lasciata al margine per scarsa considerazione, c’è una donna vittima della violenza estrema.

Noi donne, oggetto dell’interesse in questa giornata, auspichiamo che possa sorgere  in primis in noi, nei nostri gesti e comportamenti, l’unico intento possibile , cioè quello della prevenzione, volgendo lo sguardo all’uomo, nostro compagno da sempre contrastando la  violenza non solo di genere, ma IN GENERE!

Brindisi, 24/11/2015                                                  Iacopina  Maiolo

 

mercoledì 30 settembre 2015

Neri per caso


Oltre ad essere un gruppo musicale abbastanza noto(vinse nel 1995 il festival di Sanremo) possiede un nome  metafora  di una casualità dell’appartenenza  ad una categoria.
Per chi ha trascorso gli anni dell’infanzia  istruito da Carosello a sollecitare gli acquisti familiari ( allora materni perché il  fare la spesa era un’attività tipicamente femminile ), l’associazione con un altro nero per caso, Calimero, appare inevitabile. Il povero pulcino, incolpevole del brutto colore, veniva aiutato a rimediare dalla lavanderina “so tutto” che lo immergeva nel bagno sbiancante con la famosa frase - Calimero non sei  nero, sei solo sporco – e …là ..per magia , usciva dall’immersione “che più pulito non si può!
Lasciando le considerazioni derivanti da ulteriori associazioni, quale ad esempio la riflessione sulla possibilità sbiancante offerta a personaggi del potere pubblico e privato ( politici in primis ) o la capacità, anch’essa magica di conservare la veste immacolata  pur frequentando costantemente  banchetti e merende  ( di prassi diciamo così consolidata ) in certe aree di potere, concentriamoci sulla possibilità insita nell’ accezione “neri per caso” .
Fra migrazioni, rifiuti ed accoglienze, spiegazioni motivate da fattori definiti socioeconomici, finalmente qualcuno che ha il coraggio di parlare, di dire esattamente ciò che pensa, e, per farlo, trova un’emittente televisiva che accoglie le sue  esternazioni. Mi riferisco all’uccisione di Mamoudou Sare, 37 anni, di provenienza africana, avvenuta per il furto di alcuni meloni ( in un’area , quella del foggiano, teatro di episodi di sfruttamento della manodopera agricola rivolti non solo a braccianti immigrati) ed alle esternazioni di alcuni intervistati i quali  hanno riferito che, stanchi dell’invasione di questi negri, che chiedevano cibo e lavoro con insistenza, il ricorso ad un certo tipo di protezione era giusto e corretto, per-  impedire a questi negri di rovinarci  la vita ! – W il coraggio di dire la verità in modo schietto  e senza fronzoli ! Tuttavia mi piacerebbe ricordare a chi si esprime in tale maniera, ma anche a chi edulcora il fenomeno del razzismo con pretesti socio politici, che si è neri o bianchi per caso e non per scelta e che come non si sceglie la famiglia in cui nascere,  non si scelgono il colore della pelle e le altre caratteristiche somatiche.
Dimentichiamo inoltre che le razze umane derivano dai  sapiens discendenti dall’australopiteco originario, partiti dall’Africa e migrati nelle varie regioni della Terra, dove ciascuna ( razza ) è andata evolvendosi acquisendo caratteristiche specifiche dei luoghi in cui viveva , ma conservando un importante elemento di unione:   un DNA progenitore che ci rende tutti fratelli!
L’inganno razziale è dunque  alla base del fenomeno del razzismo  che indica nel diverso un  elemento da emarginare, distruggere, annientare con forze e sistemi leciti o illeciti e che in questo caso diviene un paradosso, posta la  comune provenienza delle razze.
Il cambiamento non può avvenire se non interviene una cultura del cambiamento all’interno del nostro sistema, abbandonando il gergo da stadio o da social network in favore di una conoscenza scientifica dei fenomeni che sottendono al razzismo ed alle sue turpi manifestazioni.
Fra questi il fenomeno del “ capro espiatorio” :-  Il capro espiatorio era un capro utilizzato anticamente durante i riti con cui gli ebrei chiedevano il perdono dei propri peccati nel Tempio di Gerusalemme. In senso figurato, un "capro espiatorio" è una razza, un gruppo, un  individuo, scelto per addossargli una responsabilità o una colpa per la quale è totalmente o parzialmente, innocente. Il fenomeno del capro espiatorio può derivare da molteplici motivazioni, consapevoli o inconsapevoli. - ( Tratto da Wikipedia,  Enciclopedia online)
 Prendere coscienza di questi  fenomeni psicologici e sociali,  cui ancora vanno soggette popolazioni e razze,consentirebbe la totale distruzione dei fantasmi che generano  genocidi e distruzioni.
 
Brindisi,
30/09/2015                                   Iacopina   Maiolo
 

venerdì 14 agosto 2015

Un ferragosto da ricordare




                                                                             ( Lago del Cillarese Bridisi )
Dal latino feriae Augusti , giorni di  riposo dell'imperatore Augusto, è una  festività  stabilita nel 18 a.c. dall’imperatore Augusto per ritemprare lo spirito  ed il corpo del suo popolo, dopo i raccolti estivi ed in vista delle fatiche prossime quali la vendemmia e la raccolta delle olive.
La data era fissata per il primo di agosto, fu la chiesa cattolica, in epoca cristiana, a modificarla per abolire i riti pagani spostandola al 15, giorno che coincide con il rito liturgico dell’Assunzione di Maria ( festa dell’Assunzione).
In epoca fascista la festività venne supportata da una serie di iniziative del regime: le gite per le famiglie dei meno abbienti, che potevano fruire di bonus di viaggio nei giorni 13-14-15 ( i “ Treni popolari di ferragosto”). Poiché le gite non prevedevano il pasto, si potrebbe far risalire ad allora l’usanza del pranzo a sacco  che caratterizza la tradizione ferragostana.
Fra meteo ( allarmi e rassicurazioni ), sciami di migranti sulle coste, proclami trasmessi via  tweet dai politici   ormai in località vacanziere  da vip con costumino e bibita ghiacciata ed in riga con il principio - è bene tirare sempre acqua al proprio mulino ( il partito ) quando le elezioni si affacciano all’orizzonte – anche quest’anno noi, persone comuni , abbiamo un Ferragosto da organizzare.

Immagino l’aspirante prof indotto dalle riforme renziane ad inserire dati e preferenze in vista della assunzione straordinaria dei  precari della scuola con la data in scadenza al 14 di agosto; chi ha riposto  nel cassetto una lettera di licenziamento o messa in mobilità; chi è travolto dai conti i rosso o quasi; chi ha subito un torto, un’ingiustizia ed è in prima linea  a combattere per i propri diritti in un sistema sociale ed economico che ad oggi non tutela i deboli, gli emarginati e chi vive un qualsiasi stato di disagio… immagino questa schiera o meglio popolo di sfigati cui la maggior parte di noi appartiene ( per un motivo o per un altro ) ad occuparsi di futili faccende quale una gita al  mare  ed una parmigiana di melanzane da preparare.

Se c’è un presente da vivere dunque, cerchiamo di renderlo il migliore possibile: mettiamo fra parentesi quanto possiamo, rivolgiamo un pensiero di solidarietà a chi nel mondo resterà prigioniero dei suoi malesseri ( guerra , fame, povertà, malattia…) e prepariamoci con serenità alla gita di Ferragosto, anche con convivialità, perché no,  magari contattando un parente od un amico che non sentiamo da tempo per un torto subito o da noi arrecato….

Brindisi,14/08/2015                                                              Iacopina Maiolo





giovedì 2 luglio 2015

Orientamenti possibili




 
Oltre le ipotesi ( anche se sono a tutti gli effetti dogmi) bibliche che la vogliono dipendente dal prestito maschile di una costola, ho sempre pensato  che se c’è un’origine come evento di una catena eziologica, entrambi derivino da un’unica azione, gesto, intenzione, evento o chissaché, ma una sinergia che li ha resi vivi e presenti insieme. Credo fermamente, oltre la necessità ai fini della  procreazione, che non si possa vivere  senza quella presenza sessuata diversa nel genere ma  sinergica per tutto il resto e ciò che ne consegue. Mi piace immaginare che se Dio ( metafora o credo  non fa differenza  se accettiamo un ordine primigenio, un comando , un’intenzione  creatrice o un bigbang casuale ) li ha resi possibili, li  ha tratti insieme dal cappello del prestigiatore.
La psicologia, in primis la psicoanalisi ( junghiana  in particolare) ne rileva le differenze unendole in una sorta di creatura (stile Giano bifronte) che in sé possiede il germe della natura maschile e femminile 
( animus ed anima) , frutto delle interiorizzazioni di parte  paterna e  di parte materna, entrambe fondamentali per lo sviluppo di una personalità integrata ed individuata.
 E’ vero che nella bussola oltre ai quattro punti cardinali ( che sono chiaramente visibili e rintracciabili  per l’orientamento ) , ne esistono altri quattro, che in genere necessitano di uno strumento  adeguato, e di una buona competenza nella lettura, poiché passibili di interpretazioni soggettive.
Estendendo il concetto a noi , poveri esseri umani ( poveri perché complicatissimi al confronto con gli  altri  viventi  del regno animale) possiamo dire che la nostra vita è un orientamento continuo, e l’istinto ahimè gioca un ruolo secondario, e ad un certo punto  non rappresenta  più il motore del nostro comportamento. Dunque, se appena nato vado alla ricerca del seno  mosso dal primario istinto di sopravvivenza  orientato ( involontariamente , poiché spinto da un moto istintuale)  da dati sensoriali  ( olfattivi, tattili) che mi conducono all’obiettivo, crescendo  iniziano  gradualmente ad entrare nel mio modus operandi sia  la volontarietà che la valutazione di fattori che attivano quelle forme cognitive di orientamento che passo dopo passo  nel ciclo vitale divengono sempre più complesse. Secondo alcuni indirizzi e teorie costruiamo  vere e proprie mappe cognitive, intese come cartine mentali che  contengono , di quella esperienza a cui si riferiscono, gli oggetti, la conoscenza del loro uso e funzione, la loro collocazione e la reciprocità, gli elementi soggettivi legati alla  valutazione ed all’esperienza  personale.
Tornando al tema dell’orientamento, legandolo all’interesse che muove la creatura maschile e quella femminile quando deve operare una scelta, possiamo sentirci confusi, oltre che facili prede di pregiudizi e stereotipi.
La confusione può avvenire per ignoranza, informazioni distorte o strumentali , rivolte cioè ad uno scopo che non sempre è  trasparente, ma che può essere dotato di ambiguità  per raggiungere fini a noi ignoti , quali la creazione di nuove aree di interesse su cui lucrare (ne è un esempio la pedopornografia).
Inoltre la tendenza ad aderire a rigidi stereotipi può essere legata ad una confusione basata su una non conoscenza di  aspetti che spesso rimangono nell’area degli addetti ai lavori.
Cerchiamo di chiarirne alcuni.
L’identità sessuale comprende componenti che possono essere distinti ( cioè non seguire la medesima direzione ) o in rapporto di stretta sinergia : il sesso biologico, l’identità di genere, il ruolo di genere e l’orientamento sessuale.
Se il sesso biologico è facilmente identificabile poiché definisce scientificamente l’appartenenza  biologica al sesso maschile o femminile, o, per quanto attiene a disfunzioni fisiche ( quali l’ermafroditismo) l’evidenza oggettiva  e diagnostica del disturbo , non è altrettanto per gli altri componenti, che di fatto sono un mix abbastanza soggettivo e perciò pericolosamente esposto a fattori di varia natura ( in minima parte fisica , ma  soprattutto culturale, sociale, ed  esperienziale). L'identità di genere indica la percezione di sé come maschio o come femmina, della propria femminilità o mascolinità., si costruisce nell’infanzia  ed è la parte  che l’individuo sente profondamente radicata in sé.
Il ruolo di genere rappresenta  i comportamenti , l’habitus che indica nella società  l’appartenenza ad un sesso piuttosto che ad un altro . Espressione esteriore dell'identità di genere, riflette gli stereotipi dominanti in una determinata cultura, società e periodo storico. L'orientamento sessuale è la propensione, l'attrazione affettiva (sensazioni e preferenze)  e sessuale (insieme di  atti e comportamenti sessuali) verso l’altro /a .
Sappiamo che può essere etero, omo  e bi sex, ma forse non siamo informati del  fatto che non è esclusivo e nettamente differenziato come lasciano credere, ma si estende lungo un continuum che va dall'eterosessuale max all'omosessuale max , con stadi intermedi con un orientamento prevalente verso un polo o l'altro ed anche possibili atteggiamenti in senso contrario, occasionali o meno.

Ecco che forse sarebbe corretto parlare di orientamenti possibili … ma a che pro?

L’identità sessuale è argomento importante, ma delicato e personale, che non può essere trattato in un libro di testo , inserito nel POF da un preside volenteroso  ed illuminato o  somministrato ai bimbi della scuola dell’infanzia e della primaria da insegnanti che si ritengono educatori  per il superamento dell’omofobia e delle discriminazioni, siano anch’esse di genere per le pari opportunità.
Da quale necessità  nasce il disegno di legge del 18 novembre 2014 d’iniziativa di alcuni senatori denominato Introduzione dell'educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università” ?
E nel ddl  “La buona scuola “l’introduzione dell’obbligo per le scuole di inserire nel piano dell'offerta formativa il contrasto all'omofobia e l'educazione volta a contrastare ogni discriminazione sull'orientamento sessuale o l'identità di genere, verso quale via intende condurci?

E’ per l’accettazione delle differenze , per una cultura delle diversità che non consenta  l’omologazione , il pregiudizio e la discriminazione sociale, sia il reietto donna, omosessuale, straniero o  posto ai margini della società ( povero, barbone, folle, disabile, anziano…..) che bisogna lavorare  nelle scuole, nelle agenzie educative e nei percorsi  rivolti alla comunità degli adulti!
Perché una domanda mi sorge spontanea: che facciamo se il migrante  non è omosessuale o donna , ci sentiamo liberi di restituirlo alla frontiera o di sputargli in volto il nostro disprezzo?


Brindisi,30/06/2015                                                                     Iacopina   Maiolo